Nel 2024, i 101 maggiori produttori di preziosi in Italia hanno registrato un fatturato complessivo di 8,9 miliardi di euro, con un incremento del 6,1% rispetto al 2023 e del 10,1% sul 2022. Il settore impiega quasi 17.100 dipendenti, con un aumento del 12,5% rispetto al 2022.
Varese e il settore orafo-argentiero
Nel 2024, il 35,7% dei ricavi proviene da aziende situate nel Nord Ovest, seguito dal 33,9% del Nord Est e dal 29,9% del Centro, con solo lo 0,5% generato nel Sud e nelle Isole. Le imprese del Nord Ovest mostrano la maggiore dimensione media in termini di ricavi, pari a 138,7 milioni, rispetto ai 79,8 milioni del Nord Est e ai 70,3 milioni del Centro Italia.
La presenza di gruppi internazionali è significativa: 12 aziende generano un fatturato aggregato di quasi 2,4 miliardi di euro, rappresentando il 26,7% delle vendite totali. I ricavi medi di queste aziende sono di 199 milioni, più del doppio rispetto ai 73,6 milioni delle aziende a capitale italiano. Rispetto alla precedente edizione, un’ulteriore azienda è passata sotto il controllo straniero: Vhernier, acquisita dal gruppo svizzero Richemont.
Le società a capitale estero stanno crescendo più rapidamente rispetto a quelle italiane: i ricavi delle prime sono aumentati del 22,0% rispetto al 2022, contro il 6,8% delle seconde. Le vendite internazionali sono cresciute a un ritmo quasi triplo (+24,1% contro +8,4%). Tuttavia, l’incremento si è attenuato rispetto al 2023, con performance allineate: +6,3% per le italiane e +5,6% per le estere.
Le aziende leader in ricavi
Per il 2024, Bulgari Gioielli si posiziona al primo posto con 846 milioni di euro, seguita da Morellato con 723 milioni e PGI con 637 milioni. Damiani e UnoAerre Industries completano la lista con ricavi rispettivi di 368 e 283 milioni. In totale, sono tredici le aziende che superano i 150 milioni di ricavi. L’acquisizione della tedesca Christ nel febbraio 2023 ha consentito a Morellato di quasi raddoppiare il fatturato rispetto al 2022, facendole aumentare la quota del canale retail all’84,6% (rispetto al 69,3% precedente). L’accento sul canale digitale e sul controllo dei punti vendita si traduce in maggiore marginalità e fidelizzazione dei clienti.
Tuttavia, la crescita dei ricavi nel 2024 non ha portato a un aumento dei margini reddituali. Dopo un miglioramento nel 2023 (+0,6 punti percentuali), l’ebit margin nel 2024 si è contratto di un punto percentuale, passando dall’8,5% del 2023 al 7,5%. Le aziende del Nord Ovest mantengono l’ebit margin più elevato con l’8,8% (in calo di 0,4 punti rispetto al 2022), seguite da quelle del Nord Est con il 7,0% (+1 punto percentuale).
Per quanto riguarda la redditività, Gimet Brass si distingue con un margine del 38,7%, seguita da RF Holding (Raselli Franco) con il 29,1%, e dalle toscane Ferrifirenze (28,8%) e Treemme (27,2%), insieme a Coin Holding (25,6%).
I risultati netti dell’industria dei beni preziosi rimangono soddisfacenti, sebbene si evidenzi un trend di parziale riduzione. Nel triennio analizzato, il panel ha generato utili per circa 1,3 miliardi di euro, pari al 51,3% della dotazione patrimoniale di fine 2022. Tuttavia, l’incidenza sugli affari è scesa dal 5,5% del 2022 al 5,4% nel 2023, per poi scendere al 4,9% nel 2024.
Investimenti nel settore
Nel 2024, gli investimenti sono aumentati del 37,8% rispetto al 2022 e dell’1,2% rispetto al 2023. Le aziende a capitale estero hanno registrato una crescita più marcata dal 2022 (+59,7%) rispetto a quelle a controllo italiano (+29,1%). In base al rapporto tra investimenti e dotazioni iniziali di immobilizzazioni materiali, le più dinamiche risultano quelle a capitale estero (26,4% rispetto al 12,3% complessivo) e quelle del Nord Ovest (22,1%). Le aziende medio-grandi investono con un’intensità doppia rispetto alle medie imprese (13,3% contro 7,0% nel 2024), mentre le piccole mostrano un tasso di investimento del 5,7%.
Dal punto di vista patrimoniale, nel triennio 2022-2024 la solidità delle aziende è migliorata: la leva finanziaria è scesa dal 73,1% del 2022 al 51,5% del 2024, grazie a un incremento significativo del capitale netto (+36,0%) e a una riduzione dei debiti finanziari (-4,2%). La crescita dei mezzi propri è supportata dal cumulo dei risultati netti e dalla limitata distribuzione di dividendi, che nel triennio hanno ammontato a 293 milioni (21,8% degli utili complessivi), con le aziende che preferiscono reinvestire gli utili nel business.
Analisi del settore in Italia e tendenze recenti
L’industria orafa-argentiera-gioielliera rappresenta uno dei settori chiave del Made in Italy, contribuendo a promuovere l’immagine del Paese nel mondo grazie alla qualità artigianale e all’originalità dei suoi prodotti. Secondo le rilevazioni Istat, alla fine del 2024 in Italia operavano 6.825 società (-2,3% rispetto al 2023), con una forza lavoro di 33.919 unità (+2,2% rispetto al 2023), evidenziando la prevalenza di micro-realtà e piccole-medie imprese, spesso a carattere familiare.
Le aziende del settore hanno dimostrato capacità di combinare tecniche tradizionali con innovazioni tecnologiche. Per quanto riguarda l’oro, le ultime tendenze di mercato evidenziano una preferenza per design minimalisti e leggeri, nonché l’uso di materiali eco-friendly come l’oro riciclato. I consumatori, in particolare Millennials e Gen-Z, stanno guidando la domanda verso prodotti etici, sostenibili e personalizzati.
Negli ultimi decenni, la concorrenza nel settore è aumentata. Gli investimenti in marketing, digitalizzazione e ricerca tecnologica diventano quindi essenziali. Le imprese che controllano un network di proprietà (o in franchising) sono in grado di limitare i passaggi intermedi e massimizzare il valore aggiunto, altrimenti condiviso con vari intermediari.
La riduzione della catena di distribuzione è possibile anche grazie alla vendita su piattaforme proprietarie o marketplace indipendenti. Il settore dei preziosi sta vivendo una crescita nell’e-commerce, che è diventato un canale strategico in espansione: secondo il rapporto Online Jewelry – Global Strategic Business Report, tra il 2023 e il 2024, le vendite globali online di gioielli sono aumentate da 93 a 105 miliardi di dollari (+12,9%), con previsioni che superano i 166 miliardi entro il 2029.
Assetti proprietari e base produttiva
Il 74,8% del patrimonio netto dei principali produttori di preziosi è controllato da famiglie italiane, mentre il 25,2% è di origine straniera. La limitata apertura ai capitali finanziari di un mercato prevalentemente composto da imprese familiari può ostacolare la capacità di investire in innovazione e crescita, nonché il ricambio generazionale. Tra le 12 aziende a capitale estero, cinque sono controllate da azionisti francesi, tra cui LVMH (con tre controllate: Bulgari Gioielli, Vpa – Villa Pedemonte Atelier e B.M.C.) e Kering (Pomellato). Tre aziende (PGI, Buccellati Holding e, dal 2024, Vhernier) fanno parte del gruppo svizzero Richemont. Kering ha anche incrementato il suo controllo sull’alta gioielleria italiana, firmando un accordo nel dicembre 2025 per acquisire progressivamente la piena proprietà del Gruppo Raselli Franco, partendo da una quota iniziale del 20% per 115 milioni di euro entro il primo trimestre 2026.
Il rapporto diretto con i mercati finanziari è trascurabile. Solo la Fope è quotata all’AIM, mentre le azioni di Damiani, quotate nel novembre 2007, sono state ritirate nel 2019. L’apertura dell’equity delle aziende del panel rimane limitata, anche se recentemente si sono registrati nuovi ingressi: nel marzo 2024, la famiglia proprietaria ha ceduto il 24% del capitale di Mattioli a un fondo estero. Nel maggio 2025, Equita Smart Capital ha acquisito il 39,1% della Roberto Demeglio, permettendo alla Demeglio di investire nell’apertura di nuovi mercati, nell’ampliamento della gamma di prodotti e nell’incremento della capacità produttiva.
La maggior parte della produzione delle aziende del settore avviene in Italia: sono stati individuati undici stabilimenti produttivi all’estero (cinque in Europa, tre in Asia, due nelle Americhe e uno in Africa), mentre 98 filiali commerciali e di servizi sono localizzate all’estero: il 39,8% in Europa (inclusi dieci in Francia, otto in Germania e sei in Spagna), il 35,7% in Asia (tra cui nove in Cina continentale, otto a Hong Kong e cinque a Dubai), il 23,5% nelle Americhe (di cui 20 negli Stati Uniti) e il restante 1% in Africa.
Impatto delle materie prime sull’industria orafa
Secondo il World Gold Council, nel 2025 le quotazioni dell’oro hanno raggiunto oltre 50 massimi storici, con un rendimento del +67,0%, il quarto più alto dal 1971, posizionando questa commodity tra gli asset più performanti a livello globale. Questo rally è stato sostenuto da un contesto geopolitico e macroeconomico turbolento, dalla debolezza del dollaro USA e da un parziale calo dei tassi reali, oltre alla forte domanda di investimento da parte di privati e banche centrali.
Dal 2019 al 2025, i prezzi dell’oro sono aumentati a un tasso medio annuo del 16,3%, toccando i 4.316 US$/oncia a dicembre 2025, rispetto ai 2.641 US$ medi di dicembre 2024 e ai 1.393 US$ del 2019. Anche l’argento ha mostrato un incremento simile (+16,3%), chiudendo a 65,0 US$/oncia a dicembre 2025. Tra le altre materie prime utilizzate nel settore, il platino ha registrato una media di 1.092 US$/oncia nel 2021, ripiegando a 955 US$ nel 2024, per poi risalire a 1.280 US$ medi nel 2025, con una crescita media annua positiva del 6,8% dal 2019.
Le fluttuazioni nei prezzi delle materie prime complicano la pianificazione produttiva e possono influenzare l’equilibrio finanziario del settore. Per i 101 operatori selezionati, le rimanenze di magazzino a fine 2024 ammontano a circa 2,8 miliardi di euro, con un aumento del 12,0% rispetto al 2022. Rispetto al 2023, le rimanenze di prodotti finiti sono cresciute del 4,2%, mentre quelle di materie prime sono aumentate dell’11,8%, a causa dell’innalzamento delle quotazioni dell’oro. Tuttavia, i prodotti in lavorazione sono diminuiti del 9,8%, evidenziando un approccio alla gestione del rischio e all’efficientamento del capitale circolante tipico dei settori fortemente esposti a materie prime e variabilità della domanda.
Il commercio mondiale di gioielleria tra il 2015 e il 2024 e l’export italiano nei primi nove mesi del 2025
Tra il 2015 e il 2024, il commercio mondiale di articoli di gioielleria è aumentato da 97 miliardi di euro a oltre 130 miliardi nel 2024, registrando un CAGR del +3,3%. La Cina ha visto un calo della sua quota di mercato, passando dal 23,5% al 15,7%. Ciò è dovuto a diversi fattori: rilocalizzazione della produzione in Paesi a minor costo (India, Thailandia, Indonesia), politiche commerciali restrittive da parte degli Stati Uniti e una domanda interna crescente che ha ridotto le esportazioni. Nel frattempo, nuovi attori sono emersi: gli Emirati Arabi Uniti si sono affermati come hub internazionale grazie alla loro funzione logistica e fiscale, mentre la Turchia e diversi Paesi del Sud-Est asiatico hanno conquistato quote di mercato grazie alla competitività manifatturiera e alla capacità di attrarre investimenti.
L’Italia ha mostrato un recupero significativo, aumentando la sua quota dal 5,8% nel 2015 all’8% nel 2023, fino a raggiungere l’11,2% nel 2024, superando Svizzera e India. Questo risultato evidenzia la capacità del Made in Italy di valorizzare design, qualità e posizionamento nell’alto di gamma, anche se parte di questo exploit è stato influenzato da performance anomale delle esportazioni verso la Turchia.
Secondo la nota congiunturale del Centro Studi di Confindustria FEDERORAFI, nei primi nove mesi del 2025, le esportazioni italiane del settore hanno registrato una flessione del 15,2% rispetto allo stesso periodo dell’anno precedente. Questo arretramento, in parte fisiologico dopo i tassi di crescita sostenuti degli ultimi tre anni, è principalmente attribuibile alla contrazione delle esportazioni verso la Turchia, che dopo un aumento eccezionale del 2024 (+468,7%), ha visto un netto calo nel 2025 (-52,2% tra gennaio e settembre). Anche le vendite verso gli Stati Uniti sono state negative, sebbene meglio del previsto, mentre diversi mercati chiave – tra cui Emirati Arabi Uniti, Svizzera, Regno Unito, Spagna, Giappone e Cina – mostrano segnali di crescita.